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Intermezzo faceto

Ti ho visto sulla scala mobile che ci portava fuori dalla stazione della metro; un candido, spensierato ometto di mezza età con i capelli tinti di nero. Magari ti stavi pregustando una bella colazione al bar, o magari eri di buon umore per chissà quali motivi tuoi. Era una grigia e gelida mattinata di marzo, non c’era alcun motivo per essere garruli, ma a me piace immaginarti così, con un mezzo sorrisetto ebete sulle labbra.

E proprio lì, appena dietro di te, c’era una jena a stecchetto da tre giorni. Sai, non te lo dico per giustificarmi, ma sto facendo questa dieta che si ispira all’alimentazione dei soldati americani in Vietnam – niente carboidrati niente grassi niente di niente solo proteine scondite verdure bollite e fame tutto il giorno. Te lo giuro, da quando l’ho iniziata mi aggiro per il mondo in stato confusionale. Grazie alla dieta ho anche scoperto di aver sostituito la dipendenza da nicotina con la dipendenza da zuccheri, e mi ritrovo spesso a fantasticare su come debba essere bella la vita senza alcuna dipendenza da sostanze. Che poi renditi conto, da quando non posso mangiare ho di nuovo la scimmia da siga – e dire che non ce l’avevo più da un casino di tempo.

Insomma, mio spensierato ometto, stavo aspettando proprio te – questo puoi capirlo, vero? E immagina che gioia che ho provato, quando ho visto che ti accendevi una sigaretta, pigiato in mezzo alla gente. Che gioia che ho provato, quando sono stata investita dal tuo nuvolone di fumo. Ho respirato a fondo per sentire meglio il profumo del tabacco, ma non abbastanza a lungo da farmi distrarre.

– Mi scusi – ti ho detto, picchiettandoti la spalla con le dita.

Tu ti sei girato verso di me con l’aria sopresa, ma con fare ancora pacioso. – Sì?

– Le sembra il caso di avvelenarci con il suo fumo? Ha visto quante persone ha intorno? Stavolta le è andata bene, perché c’ero io dietro di lei, ma se ci fosse stato un neonato? O una donna incinta? Eh? – Non ho alzato la voce, ho optato per un tono gelido, di disprezzo. – Lei è liberissimo di rovinarsi la salute come meglio crede, ma non ha nessun diritto di imporre le sue esalazioni mortifere alle altre persone. Le sembra giusto che io debba essere avvelenata da uno sconosciuto mentre esco dalla metro?

Tu mi hai guardata, visibilmente mortificato. – Mi scusi, signorina, io non volevo, non ho pensato…sì, certo, ha ragione, anzi guardi, tra poco siamo arrivati e la butto – hai farfugliato.

Ma io, implacabile, non ti ho concesso alcun cenno di compassione. – Mi sembra il minimo che possa fare. E mi raccomando, la spenga nell’apposito posacenere, non la butti in terra, che noi non possiamo vivere circondati dalla vostra immondizia.

– Ci mancherebbe altro, signorina.

Siamo arrivati in cima alla scala mobile. Tu sei sceso prima di me, ti sei diretto subito verso il portacenere. Sono scesa anch’io, mi sono fermata qualche metro dopo per controllare che tu la buttassi lì per davvero. Quando tu hai eseguito il mio ordine, ti ho fatto un cenno del capo, mi sono voltata dall’altra parte e mi sono avviata verso l’ufficio, senza più degnarti di uno sguardo, pensando con soddisfazione alle centinaia di migliaia di cicche che ho buttato per terra nel corso della mia vita.

Mio caro ometto candido e spensierato, erano mesi che sognavo di sgridare un fumatore. Vorrei chiederti scusa, ma sto ancora ridendo adesso. Spero tu possa capirmi.

2 risposte a "Intermezzo faceto"

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