Viaggi

Jena incontra Orso

Sei sul taxi che dall’aeroporto ti sta portando a Jurmala, sul mar Baltico. Hai le budella attorcigliate, speri che questo viaggio duri per sempre. Per tutto il volo da Malpensa ti sei sparata nelle orecchie Purple Rain di Prince; chissà perché, la musica dei magici anni ’80 riesce sempre a calmarti. Ma adesso, adesso ci sei quasi, e neanche Prince può più funzionare.

Fuori dal finestrino il cielo è grigio, ai due lati dell’autostrada si stende una pianura verde e marrone. È inizio aprile, Torino risplende di primavera già da un paio di settimane. Qui al nord, sei ripiombata nel bel mezzo dell’inverno.

In questo momento, sai solo che tra poco rivedrai l’Orso. Non sai ancora che lui diventerà il tuo personale mister Big – e come potresti immaginare una cosa del genere? Il mister Big originale era un miliardario newyorchese tanto arrogante quanto fascinoso, l’Orso è un crucco gigantesco con problemi di alcol e la bidra da birra. Che ci vuoi fare, ognuna ha il mister Big che si merita: non solo tu non sei glamour come Carrie Bradshaw, ma vivi pure in una palazzina decrepita a San Salvario – altro che l’Upper East Side a Manhattan. Ma poi diciamolo, dai: il mister Big originale ti è sempre stato sul cazzo.

L’Orso l’hai visto per la prima volta in una sala riunioni di Amburgo, un paio di mesi fa. Lo hai notato subito, appena entrata nella sala: in mezzo alle cravatte degli altri partecipanti lui era in jeans, maglione e scarpe da ginnastica, con un cappello nero di lana sempre in testa. Il bizzarro incrocio tra padre egiziano e madre tedesca ha dato vita a un omone con la pelle chiarissima, ma con occhi e riccioli neri – un orso grizzly di poche parole, con uno sguardo che ti taglia in due. Tu hai sempre adorato gli uomini orsi, e non importa che siano grizzly, orsacchiotti, orsi polari, orsi marsicani, orsi bruni, a te piacciono tutti, senza distinzioni. Non per niente tuo padre dice che hai dei pessimi gusti in fatto di uomini.

Ad Amburgo, ci sono stati sguardi attraverso il tavolo della sala riunioni e pause sigaretta. E poi una passeggiata sulle rive dell’Elba, mentre la luce pallida del tramonto si disperdeva in una foschia violetta. Un giro sul traghetto tra le luci abbaglianti del porto – con te appiattita contro la cabina di pilotaggio per ripararti dal vento del nord, e lui con la giacca sbottonata a spiegarti quello che vedevate. Un numero imprecisato di birre in un bar bisunto di Sankt Pauli, mentre le chiacchiere diventavano sempre più fitte. E poi una passeggiata verso il tuo albergo nella notte gelida di Altona. Dentro di te hai sorriso quando lui ti ha dato i due baci per salutarti, e poi si è ritratto bruscamente e se n’è andato via, come se stesse scappando. Quando ci ripensi, ti sembra una cosa così tenera; non puoi sapere che quel saluto è una metafora perfetta di quello che ti aspetta.

Il taxi attraversa la barriera del pedaggio. Poco più avanti un cartello annuncia che siete arrivati a Jurmala. Cazzo, ormai manca poco, pensi. Il taxi passa oltre il cartello e si inoltra nella pineta. Sei in una cittadina di villeggiatura; ad aprile, sembra una città fantasma. Il taxi avanza lungo strade deserte su cui si affacciano grandi case di legno con le finestre sprangate. Di tanto in tanto, un sole freddo si fa strada tra le nuvole e le chiome dei pini. Ti senti lo stomaco in gola. Continui a mangiarti le pellicine intorno alle unghie, ormai ti sanguinano le dita.

Sono passati due mesi da quella prima sera con l’Orso. Due mesi di messaggi in chat, tutti i giorni a tutte le ore. Insieme avete creato mondi fantastici e personaggi improbabili – eserciti di scheletri cyborg e armate rosse pronti a combattersi, epiche battaglie nei boschi di Jurmala e nel centro di Riga, battaglie in cui non vinceva mai nessuno. Chissà se stavate parlando della stessa cosa, ti sei chiesta spesso. Nel frattempo il ricordo è sbiadito, e lui è diventato il tuo Orso mentale. E adesso, il momento delle epiche battaglie è arrivato per davvero: vi aspettano due giorni di riunione qui a Jurmala, e poi un weekend a Riga. Tu e lui da soli.

Il taxi svolta a sinistra, va avanti per duecento metri e si ferma davanti all’albergo. L’Orso è la prima persona che vedi, sta fumando sulla scalinata di ingresso. I finestrini oscurati ti proteggono, lui non può vederti e allora per un attimo te ne stai lì seduta, senza muoverti, giocando con l’idea di non scendere dal taxi. Il tassista si gira a guardarti, ti indica l’albergo, ti dice “Hotel!”. Tu fai cenno di sì con la testa e non rispondi, hai la bocca impastata come se stessi masticando della carta di giornale. In questo momento non sai ancora che le cose non andranno per niente come te le sei immaginate tu. In questo momento non sai ancora che non sarai più in grado di rimediare a quello che succederà nei prossimi cinque giorni. Ingoi il bolo di carta di giornale che hai in bocca, fai un bel respiro e scendi dal taxi. Fai finta di non vedere l’Orso, ostenti calma, recuperi la valigia dal baule della macchina. Appoggi la valigia per terra, e finalmente alzi lo sguardo verso di lui. Rimani ferma in piedi a guardarlo.

Ammazza che brutto, pensi. Che poi insomma, dai, lo hai sempre saputo che lui non era tutto ‘sto splendore – solo che tu ormai parlavi con il tuo Orso mentale già da un po’, e quell’Orso lì è diventato più bello con il passare del tempo. Ma che ci vuoi fare: l’amore è proprio cieco, e tu stai per scoprirlo sulla tua pelle.

Lui si gira, ti vede. Un lampo gli illumina gli occhi. Trattenete entrambi un sorriso. Nessuno dei due dice niente, vi guardate e basta. E poi inizi a sentirti ridicola a startene lì impalata, e soprattutto non sai niente di quello che vi aspetta, non lo sospetti nemmeno, e allora raccogli la valigia, ti passi una mano tra i capelli e sali le scale per andargli incontro.

14 risposte a "Jena incontra Orso"

      1. Concordo. È quello che ho pensato anch’io quando ho visto il mio attuale marito al secondo appuntamento. .. con i pantaloni a mezza coscia 😱😱😱

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